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Quella vera e leale amicizia che ho sempre professato in vita al mio caro e sospirato Scacchi, quella medesima la conservo inviolabilmente dopo morte, obbligando l’ultima legge della vera amicizia, che chi amò l’amico in vita, l’ami anche defunto, tanto più che la morte non ha forza di sciogliere il vincolo della vera amicizia, poiché se le facoltà spirituali morissero col corpo, in quella maniera che muoiono le facoltà corporee, concederei che, essendo la morte l’ultima linea delle cose umane, la Parca dovesse con la medesima forbice recidere il legame della vita e dell’amore, ma restando nell’anima l’intelletto e la volontà, in questa restano gli abiti spirituali, fra i quali si turba la vera amicizia. Sarebbe grande ingiustizia in amore che l’estinto amasse il vivente e il vivente non corrispondesse all’estinto, e che l’uno avesse finito di amare quando l’altro finì di vivere. Deve dunque il vivo con la rimembranza delle operazioni virtuose rievocare in vita l’amico, e io per adempiere a questo precetto, paleso di nuovo gli studi laboriosi della musica tessuti dalla penna famosa di questo autore, il quale mai ha perdonato né a fatica né ad incomodo, per comunicarmi questi artifici. Mi glorierò sempre che il mondo sappia che la perfetta amicizia deve assomigliarsi al fuoco eterno, che una volta acceso sopra l’altare del cuore, mai più si smorza, ma inestinguibilmente risplende.
Mottetto a 4 composto artificiosamente. La prima volta si canta come sta, la seconda volta si canta con il libro al rovescio: cioè la parte del Soprano la canta il Basso, la parte del Contralto la canta il Tenore e quella del Tenore la canta il Contralto. Nella seconda replica si deve cantare per bemolle.




Risoluzione con voltare il libro al contrario, cioè Basso in Soprano, Soprano in Basso, Tenore in Alto, Alto in Tenore.




Per comporre simile artificio si deve avvertire:
Mottetto a 5 tessuto artificiosissimamente. Nel secondo Tenore le note appaiono tutte dissonanze dove si ritrova questo segno N.B., ma se saranno considerate con la ragione dei buoni fondamenti musicali, sono tutte consonanze. L’artificio in tutto consiste d’ingannare l’occhio.





L’invenzione di calare un tono è antichissima.
Il primo inventore fu Adriano Willaert, musico rarissimo, che ritrovò il modo di comporre a due cori, che ciascuno da se stesso accordasse. Il suddetto compose un duo intitolato «Quid non ebrietas» <nota>. L’artificio di questa cantilena consiste che il Tenore cala un tono per mezzo degli accidenti maggiori e il Soprano resta nel suo luogo. Per curiosità degli studiosi, porrò in partitura il detto duo.



Quando uscì alla luce il suddetto duo, Giovanni Spataro fu d’opinione che il finale concludesse in una comma antica: non bisogna meravigliarsi, dice l’Artusi, poiché derivava dalla scuola di Boezio, conforme si legge in una sua lettera scritta a don Pietro Aron l’anno 1524. <nota> Io però sono di parere che la divisione del tuono in due parti eguali secondo l’opinione d’Aristosseno sia più propria per tessere sinfonie di strumenti che cantilene per voci.
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