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Proemio delli documenti armonici

di
don Angelo Berardi da S. Agata

La nostra vita intanto merita nome di vita in quanto è campo alla virtù: gli accidenti di fortuna non hanno forza di abolire il suo nome; la Morte stessa non ha strali per toglierla all'immortalità. Se la virtù fosse visibile, al detto di Platone, sarebbe in questo mondo visibile la calamita dei cuori: risplende tanto la virtù, che la gloria stessa, al parere di Seneca, è un’ombra di virtù. Calamita di cuori si può dire che sia la musica mentre ha forza di muovere tutte le passioni, come l’esperienza dimostra.

Coronata di splendori, trionfante tiene il principato tra tutte le scienze, poiché queste in leggiadra treccia tra se stesse concatenate si porgono l’una all’altra la mano: basti dire che sono sorelle e che dalla musica e dalle Muse hanno sortito il nome.

Il poeta, introducendo Silvio a cantare le lodi di Gullo, disse al comparire di una di esse, tutte le altre si levarono nel medesimo tempo in piedi:

Tum canit errantem Permeni ad flumina Gallum
Aonas in Montes ut duxerit una sororum;
Atque viro Phoebi chorus assurrexit omnis.<nota>

Altro non volle significare in senso allegorico, se non che l’una senza la compagnia dell’altra non può esercitare operazione perfetta, ma che tutte unitamente s’accordano in formare il bel concento dell’anima. La musica dà il moto alle sfere celesti addolcisce la terra e l’aria, placa gli elefanti, fa con lei gareggiare gli usignoli, muove i delfini e nel regno d’Averno ha addolcito le Furie, le Parche e Plutone.

Nell’uomo eccita l’animo, muove gli affetti, mitiga la furia, perfeziona l’intelletto, sollieva nelle afflizioni, ricrea nelle consolazioni e ha forza di generare in noi un abito di buoni e virtuosi costumi.

Nella produzione del mondo, lo stesso Creatore operò da perfettissimo musico mentre dispose il tutto come un ben ordinato concento sopra armoniosa lira. Opinione di S. Attanasio: l’Orfeo che con soavità e dolcezza del suo canto si tirò dietro a seguitarlo anche le cose insensate, altro non fu che il Verbo eterno, vero figliolo di Dio, quale compose questa lira di sette corde, che sono i sette generi delle creature: angelica, umana, sensibile, vegetabile, inanimata, elementare e materia prima; l’arco è il curvo cielo, che intorno alla terra muovendosi rende per artificio del divino sonatore armoniose consonanze: la corda sola della creatura umana spesso va dissonando, mercé che viene resa falsa dal peccato. Ma se poi viene purgata dalla penitenza e rimessa in tono dalla contrizione, da aspra dissonanza si converte in dolce e soave consonanza. L’erudito compositore, intrecciando le pause nei suoi dotti componimenti, fa spiccare la vaghezza e tessitura delle parti fra di loro. Così nelle pause che fa alle volte il peccatore, S.D.M. maggiormente gode del canto, cioè delle orazioni dei giusti.

Una musica di Dio è questa mole immensa e invisibile: musica le cui chiavi regolatrici del canto sono gli ordini della sua infinita sapienza, le righe sono gli stati e i limiti delle nature, note nere e bianche i dannati dell’inferno e i beati del paradiso, fughe i tempi rapidi e volanti, pause l’eternità, sospiri i venti. La terra immobile tiene il canto fermo, i cieli volubili fanno i passaggi, lunga serie di crome l’umana generazione rassembra, e la divina mano con la battuta della sua infinita provvidenza dà misura e regola all’armonia.

Se prerogative così sublimi gode questa nobilissima scienza della musica, e qual sarà quel petto che non le consacri ogni sua affezione? E chi sarà mai così mal organizzato che non si lasci interamente rapire dagli splendori di così bella virtù? Se si trovasse alcuno che l’aborrisse, ardirei di dire che conservasse meno sentimento dei bruti, poiché questi innamorati dell’armonia, e il più delle volte allettati da quella, corrono a una volontaria prigione.

E acciò che ognuno possa avere un’esatta cognizione di così nobile scienza, devo camminare conforme agli insegnamenti di Aristotele, primo Post., cap. I: «An sit, quid sit, qualis sit, propter quid sit». In quanto al primo, l’udito ci rende ogni certezza della musica, avendo avuto da questo senso come più necessario degli altri la sua origine. Circa gli altri capi, cioè ‘definizione’, ‘divisione’, ‘invenzione’, ‘origine’ ed effetti della musica, e perché non solo di queste ma di materie assai più curiose ne ho diffusamente discorso nei miei Ragionamenti musicali, mi rapporto interamente a quelli. Nel presente volume, che sarà diviso in tre libri, tratterò degli studi più curiosi e di maggior fatica che si trovino nella musica con tutte le sue regole ed esempi.

Nella mia più florida gioventù, con tutto che io fossi canonico e maestro di cappella in città ragguardevole, mi sottomisi interamente alla scuola e direzione della sospirata memoria di Marco S[c]acchi <nota>, già maestro di cappella dei monarchi di Polonia per il corso di anni trenta. Si ritirò questo celebre virtuoso nella città di Gallese, nido antico dei suoi antenati, per essere avanzato assai nell’età e forse anche per godere quella quiete e pace che non si può rintracciare così facilmente fra i rumori delle corti e fra le occupazioni e affari di gravi impieghi. Questi studi erano il nostro ordinario trattenimento, e perché stimo che possano esser grati ai professori e d’utile ai giovani studiosi, ho intrapreso a scrivere questi Documenti. Essendo io il minimo, non ho altro sentimento che di sacrificare la mia vita fra gli inchiostri, acciò con quell’ombre maggiormente risplenda l’affetto che porto alla musica, la gratitudine che devo alle ceneri del mio caro maestro e il desiderio ardente che tengo di non perdonare a fatica per servire al mio prossimo in tutto quello che può deprendere dalla debolezza del mio povero ingegno e talento.