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a cura di Andrea Bornstein
[frontespizio:]
CANTO [ALTO] [TENORE] [BASSO] | PRIMO SECONDO ET TERZO | LIBRO DEL CAPRICCIO DI IACHETTO | BERCHEM Con la Musica da lui composta sopra le Stanze del Furioso Nouamente | stampati & dati in Luce. | ALL’ ILL. ET ECCELL. DVCA DI FERRARA. | A QVATRO [fregio] VOCI | CON GRATIA ET PRIVILEGGIO | In Venetia Appresso di | Antonio Gardano. | 1561
[dedica:]
ALL’ILLVSTRISSIMO ET ECCELLENTISSIMO DVCA | DI FERRARA [Alfonso II d’Este]. | LA gloria del uostro uolgar Homero, Che cosi meritamente potiamo dir l’Ariosto, Illustrissimo & | Eccellentissimo prencipe, Dal grande splendor della Casa da Este tolse quell’ali, Che l’hanno in tan- | ta altezza leuata, che si puo dir ch’ella habbia superato ogni desio. Però nõ è marauiglia s’ella diuie- | ne ogni giorno piu marauigliosa, è piu chiara, perche crescendo piu sempre quella gran luce, onde | il suo glorioso poema hebbe ogni lume, Cresce necessariamente ogni raggio che da tanta luce pro- | cede. E se mai fu che per tal fondamento, il diuino ingegno d’un tanto poeta prendesse agomento, [sic] hoggi la singolar | uirtu uostra Eccellentissimo Principe, accrescendo splendor al gran lume de uostri antecessori, accresce parimente | raggi alla chiara fama di lui. Di qui auuiene che i Versi dell’Ariosto s’odino con tanta lode, in ogni tempo risonare; | percioche se ben da lui hanno riceuuto la forma, non dimeno riceuono una tanta felicita, dalla fellicita del lor pri- | mo oggetto, di cui uoi sete lume maggiore. A uoi adunque si deue se nuouo honore all’Ariosto s’attribuisce. Per | questa cagione, hauendo io dato nuouamente in luce la Musica di Iachetto Berchem, sopra alcune stanze d’un tanto | poeta, ho voluto a uoi, Prencipe Eccellentissimo. Come Cosa di uostra ragione, appresentarla. V. Eccellentia | Illustrissima si degni, Con la solita sua Benignita e Clemenza, Come Cosa sua riceuerla, è me, il qual delle cose sue | ho tenuto tal cura, annouerar tra coloro che piu di seruirla, è piacerle desiderano. è stia felice. | Di Venetia a di ultimo Ottobre. 1 5 6 1 | DI V. ECCELLENZA ILL. | Humilissimo seruitore Antonio Gardano.
L’edizione moderna dell’Orlando furioso impiegata come riferimento è quella a cura di Cesare Segre (Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1976).
Le donne, i cavallier, l’arme, gl’amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che fur al tempo che passar i Mori
d’Africa il mar e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
(Canto i, 1)
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai né in rima:
che per amor venn’in furor e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi bast’a finir quant’ho promesso.
(Canto i, 2)
Oh gran bontà de’ cavallier antiqui!
Eran rivali, eran di fé diversi,
e si sentian degl’aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospett’aversi.
Da quattro spron il destrier punt’arriva
dove una strada in due si dipartiva.
(Canto i, 22)
Ricordati, pagan, quando uccidesti
d’Angelica il fratel (che son quell’io),
dietro all’altr’arme tu me promettesti
fra pochi dì gittar l’elmo nel rio.
Or se Fortuna (quel che non volesti
far tu) pone ad effetto il voler mio,
non ti turbar; e se turbar ti déi,
turbati che di fé mancato sei.
(Canto i, 27)
All’apparir che fece all’improviso
de l’acqua l’ombr’ogni pelo arricciossi,
e scolorosse al Saracino il viso;
la voce, ch’era per uscir, fermosse.
Udendo poi da l’Argalia, ch’ucciso
quivi avea già (che l’argalia nomosse),
la rotta fede così improverarsi,
di scorno e d’ira dentro e di fuor arse.
(Canto i, 29)
Che debbo far, poi ch’io son giunto tardi,
ed altri a corre il frutto è andato prima?
a pena avuto io n’ho parol’ e sguardi,
ed altri n’ha tutta la spoglia opima.
Se non ne tocca a me frutto né fiore,
perché affliger per lei mi vo’ più il core?
(Canto i, 41, 2-8)
Sia vile agl’altri e da quel sol amata
a cui di sé fece sì larga copia.
Ahi, Fortuna crudel, Fortuna ingrata!
trionfan gli altri e ne mor io d’inopia.
Dunqu’esser può che non mi sia più grata?
dunqu’io posso lasciar mia vita propria?
Ah, più tosto oggi manchino i dì miei,
ch’io viva più, s’amar non debbo lei!
(Canto i, 44)
Mentre costui così s’affligge e duole,
e fa degli occhi suoi tepida fonte,
e dice quest’e molt’altre parole,
che non mi par bisogno esser racconte;
l’aventurata sua fortuna vuole
ch’all’orecchie d’Angelica sian conte:
e così quel ne vien a un’or’a un punto,
ch’in mille anni o mai più non è raggiunto.
(Canto i, 48)
Pieno di dolce e d’amoroso affetto,
alla sua donn’alla sua diva corse,
che con le braccia al col il tienne stretto,
quel ch’al Catai non avria fatto forse.
Al patrio regno, al suo natio ricetto,
seco avendo costui, l’animo torse:
subito in lei s’avviva la speranza
di tosto riveder sua ricca stanza.
(Canto i, 54)
Quando si vide sola in quel deserto,
ch’a riguardarlo sol, mettea paura,
ne l’ora che nel mar Febo coperto
l’aria e la terra avea lasciata oscura,
fermoss’in atto ch’avria fatto incerto
chiunque avesse vista sua figura,
s’ella era donna sensitiva e vera,
o sasso colorito in tal maniera.
(Canto VIIi, 38)
Stupida e fissa nell’incerta sabbia,
coi capelli disciolti e rabbuffati,
con le man giunt’e con l’immote labbia,
i languidi occhi al ciel tenea levati,
come accusand’il gran Motor che l’abbia
tutt’inclinati nel suo danno i fati.
Immota e come attonita stè alquanto;
poi sciolse al duol la lingu’e gl’occhi al pianto.
(Canto VIIi, 39)
Dicea: «Fortuna, che più a far ti resta
acciò di me ti sazii e ti disfami?
che dar ti poss’omai più, se non questa
misera vita? ma tu non la brami;
ch’or’a trarla del mar sei stata presta,
quando potea finir suoi giorni grami:
perché ti parve di voler più ancora
vedermi tormentar prima ch’io mora.»
(Canto VIIi, 40)
«Ma che mi possi nocere non veggio,
più di quel che sin qui nociuto m’hai.
Per te cacciata son dal real seggio,
dove più ritornar non spero mai:
ho perduto l’onor, ch’è stato peggio;
che, se ben con effetto io non peccai,
io do però materia ch’ognun dica
ch’essendo vagabonda io sia impudica.»
(Canto VIIi, 41)
VIII: «ch’essend’io» → «ch’essendo».
«Ch’aver può donna al mondo più di buono,
a cui la castità levata sia?
Mi nuoce, ahimè! ch’io son giovene, e sono
tenuta bella, o sia ver o bugia.
Già non ringrazio il ciel di questo dono;
che di qui nasce ogni ruina mia:
morto per questo fu Argalia mio frate;
che poco gli giovar l’arm’incantate.»
(Canto VIIi, 42)
«Se l’affogarmi in mar morte non era
a tuo senno crudel, pur ch’io ti sazi,
non recuso che mand’alcuna fera
che mi devori, e non mi tenga in strazi.
D’ogni martir che sia, pur ch’io ne pera,
esser non può ch’assai non ti ringrazi.»
Così dicea la donna con gran pianto,
quando l’apparve l’eremita a canto.
(Canto VIIi, 44)
Oh troppo cara, oh troppo escelsa preda
per sì barbare gente e sì villane!
O Fortuna crudel, chi fia ch’el creda,
che tanta forz’hai ne le cose umane,
che per cibo d’un mostro tu conceda
la gran beltà, ch’in India il re Agricane
fece venir da le caucasee porte
con mezza Scizia a guadagnar la morte?
(Canto VIIi, 62)
IV: «forze umane» → «cose umane».
VIII: «Cithia» → «Scizia».
Chi narrerà l’angoscie, i pianti, i gridi,
l’alta querela che nel ciel penètra?
Maraviglia ho che non s’apriro i lidi,
quando fu posta in su la fredda pietra,
dove in catena, priva de suscidi,
mort’aspettava abominosa e tetra.
Io nol dirò; che s’il dolor mi move,
che mi sforza voltar le rime altrove.
(Canto VIIi, 66)
La notte Orlando a le noiose piume
del veloce pensier fa parte assai.
Or quinci or quind’il volta, or lo rassume
tutt’in un loco, e non l’afferma mai:
qual d’acqua chiara il tremolante lume,
dal sol percossa o da’ notturni rai,
per gl’ampli tetti va con longo salto
a destra ed a sinistra, e basso ed alto.
(Canto VIIi, 71)
La donna sua, che gli ritorn’a mente,
anzi che mai non era indi partita,
gli raccende nel cor e fa più ardente
la fiamma che nel dì parea sopita.
Costei venuta seco era in Ponente
fin dal Cataio; e qui l’avea smarrita,
né ritrovato poi vestigio d’ella
che Carlo rotto fu presso a Bordella.
(Canto VIIi, 72)
Di questo Orlando avea gran doglia, e seco
indarno a sua sciocchezza ripensava.
«Cor mio (dicea), come vilmente teco
mi son portato! ohimè, quanto m’aggrava
che potendoti aver notte e dì meco,
quando la tua bontà non mel negava,
t’abbia lasciato in man di Namo porre,
per non sapermi a tanta ingiuria opporre!»
(Canto VIIi, 73)
«Deh, dove senza me, dolce mia vita,
rimasta sei sì giovene e sì bella?
come, poi che la luce è dipartita,
riman tra’ boschi la smarrita agnella,
che dal pastor sperand’esser udita,
si va lagnand’in questa parte e in quella;
tanto che ’l lupo l’ode da lontano,
e ’l misero pastor ne piange invano.»
(Canto VIII, 76)
«Dove, speranza mia, dove ora sei?
vai tu soletta forse ancor errando?
o pur t’hanno trovata i lupi rei
senza la guardia del tuo fido Orlando?
E ’l fior ch’in ciel potea pormi fra i dei,
il fior ch’intatto io mi venia serbando
per non turbarti, ohimè! l’animo casto,
ohimè! per forz’avranno colt’e guasto.»
(Canto VIII, 77)
«O infelice! o misero! che voglio
se non morir, se ’l mio bel fior colt’hanno?
O sommo Dio, fammi sentir cordoglio
prima d’ogn’altro, che di questo danno.
Se quest’è ver, con le mie man mi toglio
la vita e l’alma disperata danno.»
Così, piangendo fort’e sospirando,
seco dicea l’addolorato Orlando.
(Canto VIII, 78)
Di pianger mai, mai di gridar non resta;
né la notte né ’l dì si dà mai pace.
Fugge cittade e borghi, e a la foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di sé si maraviglia ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sì vivace,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a sé così nel pianto:
(Canto XXIII, 125)
«Queste non son più lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con sì larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore:
finir, ch’a mezz’era ’l dolor a pena.
Dal fuoco spint’or il vital umore
fugge per quella via ch’agli occhi mena;
ed è quel che si versa, e trarrà insieme
e ’l dolor e la vit’all’or’estreme.»
(Canto XXIII, 126)
«Non son, non son io quel che paio in viso:
quel ch’er’Orland’è mort’ed è sotterra;
la sua donn’ingratissima l’ha ucciso:
sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch’in quest’inferno tormentandosi erra,
a ciò con l’ombra sia, che sol’avanza,
esempio a ch’in Amor pone speranza.»
(Canto XXIII, 128)
Pel bosco errò tutta la notte il conte;
e a lo spuntar della diurna fiamma
lo tornò il suo destin sopra la fonte
dove Medoro insculse l’epigramma.
Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
l’accese sì, ch’in lui non restò dramma
che non fusse odio, rabbia, ira e furore;
né più indugiò, che trasse il brando fuore.
(Canto XXIII, 129)
Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe’ le minute schegge.
Infelice quell’antro, ed ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
Così restar quel dì, ch’ombra né gielo
a pastor mai non daran più, né a gregge:
e quella fonte, già sì chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura.
(Canto XXIII, 130)
Che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gettar ne le bell’onde,
fin che da sommo ad imo sì turbolle,
che non furon mai più chiare né monde.
E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
a lo sdegno, al grave odio, a l’ardente ira,
cade sul prato, e vers’il ciel sospira.
(Canto XXIII, 131)
Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir così si serba,
che ’l sol esce tre volte e torna sotto.
Di crescer non cessò la pena acerba,
che fuor del senn’al fin l’ebbe condotto.
Il quarto dì, da gran furor commosso,
e maglie e piastre si stracciò di dosso.
(Canto XXIII, 132)
Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo,
lontan gl’arnesi, e più lontan l’usbergo:
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventr’e tutt’il pett’e ’l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che de la più non sarà mai ch’intenda.
(Canto XXIII, 133)
Signor, ne l’altro canto io vi dicea
che ’l forsennato e furioso Orlando
trattesi l’arm’e sparse al campo avea,
squarciati i panni e via gittato il brando,
svelte le piante, e risonar facea
i cavi sassi e l’alte selve, quando
alcun pastori al suon trass’in quel lato
lor stell’o qualche lor grave peccato.
(Canto XXIV, 4)
Viste del pazzo l’incredibil prove
poi più d’appress’e la possanza estrema,
si voltan per fuggir, ma non sann’ove,
sì com’avviene in subitana tema.
Il pazzo dietro lor ratto si move:
uno ne piglia e del capo lo scema
con la facilità che torria alcuno
da l’arbor pom’o vago fior dal pruno.
(Canto XXIV, 5)
Per una gamba il grave tronco prese,
e quello usò per mazz’adosso al resto:
in terra un paio addormentato stese,
ch’al novissimo dì forse fia desto.
Gl’altri sgombraro subito il paese,
ch’ebbono il pied’e il bono aviso presto.
Non saria stato il pazzo al seguir lento,
se non ch’era già volto al loro armento.
(Canto XXIV, 6)
Gli agricultori, accorti agl’altrui esempli,
lascian nei campi aratri e marr’e falci:
chi monta su le case e chi sui templi
(poi che non son sicuri olmi né salci),
onde l’orrenda furia si contempli,
ch’a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci,
cavalli e buoi romp’e fraccassa e strugge;
e ben è corridor chi da lui fugge.
(Canto XXIV, 7)
Chi mette il piè su l’amorosa pania,
cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale;
che non è in somm’amor, se non insania,
a giudizio de’ savi universale:
e se ben com’Orland’ognun non smania,
suo furor mostr’a qualch’altro signale.
E qual è di pazzia segno più espresso
che, per altri voler, perder se stesso?
(Canto XXIV, 1)
Ella non sa, se non invan dolersi,
chiamar Fortuna e ’l ciel empio e crudele.
«Perché, ahi lassa! (dicea) non mi sommersi
quando levai ne l’Ocean le vele?»
Zerbin ch’i languidi occhi ha in lei conversi,
sente più doglia ch’ella si querele,
che de la passion tenace e forte
che l’ha condott’omai vicino a morte.
(Canto XXIV, 77)
«Così, cor mio, vogliate (le diceva),
dopo ch’io sarò morto, amarmi ancora,
come solo il lasciarvi è che m’aggreva
qui senza guida, e non già perch’io mora:
che se in secura parte m’accadeva
finir de la mia vita l’ultim’ora,
lieto e contento e fortunato a pieno
morto sarei, poi ch’io vi moro in seno.»
(Canto XXIV, 78)
«Ma poi che ’l mio destino iniquo e duro
vol ch’io vi lassi, e non so in man di cui;
per questa bocca e per questi occhi giuro,
per queste chiome onde allacciato fui,
che disperato nel profond’oscuro
vo ne l’inferno, ond’il pensar di vui
ch’abbia così lasciata, assai più ria
sarà d’ogn’altra pena che vi sia.»
(Canto XXIV, 79)
A questo la mestissima Isabella,
declinando la faccia lagrimosa
e congiungendo la sua bocca a quella
di Zerbin, languidetta come rosa,
rosa non colta in sua stagion, sì ch’ella
impallidisca in su la siepe ombrosa,
far senza me quest’ultima partita.»
(Canto XXIV, 80)
«Di ciò, cor mio, nessun timor vi tocchi;
ch’io vo’ seguirvi in cielo o ne l’inferno.
insieme vada, insieme stia in eterno.
Non sì tosto vedrò chiudervi gl’occhi,
o che m’ucciderà il dolore interno,
o se quel non può tant’io vi prometto
con questa spad’oggi passarmi il petto.»
(Canto XXIV, 81)
Zerbin la debol voce rinforzando,
disse: «Io vi prego e supplico, mia diva,
per quell’amor che mi mostraste, quando
per me lasciaste la paterna riva;
e se commandar poss’io vel commando,
né mai per caso poniate in oblio
che quant’amar si può, v’abbia amat’io.»
(Canto XXIV, 83)
Non credo che quest’ultime parole
e finì come il debol lume suole,
cui cera manchi od altro in che sia acceso.
Chi potrà dir a pien come si duole,
poi che si vede pallido e disteso,
la giovenetta, e freddo come ghiaccio
il suo caro Zerbin restare in braccio?
(Canto XXIV, 85)
Sopra il sanguigno corpo s’abbandona,
e di copiose lacrime lo bagna,
e stride sì, ch’intorno ne risuona
a molte miglia il bosco e la campagna.
N’a le guance n’al petto si perdona,
che l’un e l’altro non percuota e fragna;
e stracci’a torto l’aur’e crespe chiome,
chiamando sempr’invan l’amato nome.
(Canto XXIV, 86)
«Lassa! (dicea) che ritrovar poss’io
rimedio mai ch’a riposar mi vaglia,
s’or contra quest’or quel, novo desio
vi trarrà sempre a vestir piastr’e maglia?
C’ha potuto giovar al petto mio
il gaudio che sia spenta la battaglia
per me da voi contra quell’altro presa,
s’un’altra non minor se n’è già accesa?»
(Canto XXX, 32)
«Ohimè! ch’invano i’ me n’andava altiera
ch’un re sì degno, un cavallier sì forte
per me volesse in perigliosa e fiera
battaglia porsi al risco de la morte;
ch’or veggo per cagion tanto leggiera
non meno esporvi alla medesma sorte.
Fu natural ferocità di core
ch’a quella v’instigò, più che ’l mio amore.»
(Canto XXX, 33)
«Ma se gli è ver che ’l vostro amor sia quello
che vi sforzate di mostrarmi ognora,
per lui vi prego, e per quel gran flagello
che mi percuote l’alma e che m’accora,
che non vi caglia se ’l candido augello
ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora.
Utile o danno a voi non so ch’importi,
che lasci quella insegna o che la porti.»
(Canto XXX, 34)
«Poco guadagno, e perdita uscir molta
de la battaglia può, che per far sète:
quando abbiate a Ruggier l’aquila tolta,
poca mercé d’un gran travaglio avrete;
ma se Fortuna le spalle vi volta
(che non però nel crin presa tenete),
causate un danno, ch’a pensarvi solo
mi sento il petto già sparrar di duolo.»
(Canto XXX, 35)
«Quando la vita a voi per voi non sia
cara, e più amate un’aquila dipinta,
vi sia almen cara per la vita mia:
non sarà l’una senza l’altra estinta.
Non già morir con voi grave mi fia:
son di seguirvi in vita e in morte accinta;
ma non vorrei morir sì malcontenta
come io morrò, se dopo voi son spenta.»
(Canto XXX, 36)
«Deh, vita mia, non vi mettete affanno,
deh non, per Dio, di così lieve cosa;
che se Carlo e ’l re d’Africa, e ciò c’hanno
qui di gente moresca e di franciosa,
spiegasson le bandiere in mio sol danno,
voi pur non ne dovreste esser pensosa.
Ben mi mostrate in poco conto avere,
se per me un Ruggier sol vi fa temere.
(Canto XXX, 38)
Deh, perché dianzi in prova non venni io,
se far di voi con l’arme io potea acquisto ?
So che v’avrei sì aperto il valor mio,
ch’avresti il fin già di Ruggier previsto.
Asciugate le lacrime, e, per Dio,
non mi fate uno augurio così tristo;
e siate certa che ’l mio onor m’ha spinto,
non ne lo scudo il bianco augel dipinto.
(Canto XXX, 42)
Dunque fia ver (dicea) che mi convegna
cercar un che mi fugg’e mi s’asconde?
Dunque debbo prezzar un che mi sdegna?
Debbo pregar chi mai non mi risponde?
Patirò che chi m’odia, il cor mi tegna?
Un che sì stima sue virtù profonde,
che bisogno sarà che dal ciel scenda
immortal dea che ’l cor d’amor gli accenda?
(Canto XXXII, 18)
Sa quest’altier ch’io l’am’e ch’io l’adoro,
né mi vuol per amante né per serva.
Il crudel sa che per lui spasm’e moro,
e dopo mort’a darmi aiuto serva.
atto a piegar la sua voglia proterva,
da me s’asconde, come aspide suole,
che, per star empio, il canto udir non vuole.
(Canto XXXII, 19)
Deh, ferm’Amor, costui che così sciolto
dinnanzi al lento mio correr s’affretta;
quando né a te né ad altri era soggetta!
Deh, com’è il mio sperar fallace e stolto,
ch’in te con prieghi mai pietà si metta;
che ti diletti, anzi ti pasci e vivi
di trar dagli occhi lagrimosi rivi!
(Canto XXXII, 20)
fuor che del mio desir irrazionale?
Ch’alto mi leva, e sì ne l’aria passa,
ch’arriva in parte ove s’abbrucia l’ale;
poi non potendo sostener, mi lassa
dal ciel cader: né qui finisce il male;
che le rimette e di novo ardo: ond’io
(Canto XXXII, 21)
Anzi via piu che del disir, mi deggio
di me doler, che sì gli apersi il seno;
onde cacciata ha la ragion di seggio,
et ogni mio poter puo di lui meno.
Quel mi trasporta ognior di male in peggio,
e mi fa certa che mi mena a morte,
perch’aspettando il mal noccia piu forte.
(Canto XXXII, 22)
Deh perché voglio anco di me dolermi?
Ch’error, se non d’amarti, unqua commessi?
Che maraviglia, se fragili e infermi
Perché dovev’io usar ripari e schermi
che la somma beltà non mi piacessi,
gli alti sembianti e le saggie parole?
Misero e ben chi veder schiva il sole!
(Canto XXXII, 23)
Misera! a chi mai più creder debb’io?
Vo’ dir ch’ognuno è perfido e crudele,
se perfido e crudel sei, Ruggier mio,
che sì pietoso tenni e sì fedele.
Qual crudeltà, qual tradimento rio
unqua s’udì per tragiche querele,
che non trovi minor, se pensar mai
al mio merto e al tuo debito vorai?
(Canto XXXII, 37)
Perché, Ruggier, come di te non vive
cavallier di più ardir, di più bellezza,
né che a gran pezzo al tuo valore arrive,
né a’ tuoi costumi, né a tua gentilezza;
perché non fai che fra tue illustri e dive
virtù, si dica ancor ch’abbi fermezza?
si dica ch’abbi inviolabil fede?
a chi ogn’altra virtù s’inchina e cede.
(Canto XXXII, 38)
Crudel, di che peccato a doler t’hai,
se d’uccider chi t’ama non ti penti?
Se ’l mancar di tua fé sì leggier fai,
di ch’altro peso il cor gravar ti senti?
Come tratti il nimico, se tu dai
a me, che t’amo sì, questi tormenti?
Ben dirò che giustizia in ciel non sia,
s’a veder tardo la vendetta mia.
(Canto XXXII, 40)
Tu m’hai, Ruggier, lasciata: io te non voglio,
né lasciarti volendo anco potrei;
ma per uscir d’affanno e di cordoglio,
posso e voglio, finire i giorni miei.
Di non morirti in grazia sol mi doglio;
che se concesso m’avessero i dei
ch’io fossi morta quando t’era grata,
morte non fu giamai tanto beata.
(Canto XXXII, 43)
Così dicendo, di morir disposta,
salta dal letto, e di rabbia infiammata
si pon la spada alla sinistra costa;
ma si ravvede poi che tutta è armata.
Il miglior spirto in questo le s’accosta,
e nel cor le ragiona: «O donna nata
di tant’alto lignaggio, adunque vuoi
finir con sì gran biasmo i giorni tuoi?»
(Canto XXXII, 44)
Oh famelice, inique e fiere arpie
ch’all’accecata Italia e d’error piena,
per punir forse antique colpe rie,
in ogni mensa alto giudicio mena!
Innocenti fanciulli e madri pie
cascan di fame, e veggon ch’una cena
di questi mostri rei tutto divora
ciò che del viver lor sostegno fôra.
(Canto XXXIV, 1)
Troppo fallò chi le spelonche aperse,
che già molt’anni erano state chiuse;
onde il fetore e l’ingordigia emerse,
ch’ad ammorbare Italia si diffuse.
Il bel vivere allora si summerse;
e la quiete in tal modo s’escluse,
ch’in guerre, in povertà sempre e in affanni
è dopo stata, ed è per star molt’anni.
(Canto XXXIV, 2)
Dove abbassar dovrebbono la lancia
in augumento de la santa fede,
tra lor si dan nel petto e ne la pancia
a destruzion del poco che si crede.
Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia,
volgete altrove, e voi, Svizzeri, il piede,
e voi, Tedeschi, a far più degno acquisto;
che quanto qui cercate è già di Cristo.
(Canto XVII, 74)
Se cristianissimi esser voi volete,
e voi altri catolici nomati,
perché di Cristo gli uomini uccidete?
perché de’ beni lor son dispogliati?
Perché Ierusalem non rïavete,
che tolto è stato a voi da’ rinegati?
Perché Costantinopoli e del mondo
la miglior parte occupa il Turco immondo?
(Canto XVII, 75)
Ma tu, gran padre, ch’esser dei il primiero
a cacciar da l’Italia queste arpie,
perché, lasciato il dritto e ver sentiero,
ivi le chiami per diverse vie?
Perché non segui il bon Silvestro e Piero,
che fan tanti cavalli e fanterie?
Ohimè, ch’or mette Italia in tanti affanni,
ch’uscir non ne potrà molt’e molt’anni!
Quest’ottava non è nel poema, e forse per questo la stampa non riporta alcuna didascalia.
Non ti diede a portar Dio questa verga
perché sua greggia divorar tu lassi,
ma perché la diffenda se le terga
lupi le preman d’ogni pietà cassi.
Deh, non esser cagion che si summerga
l’Italia in maggior danni, sì che i sassi
mova a pietà, ch’a te sol si conviene
trarla d’affanni e non aggionger pene.
Quest’ottava non è nel poema, e forse per questo la stampa non riporta alcuna didascalia.
Merlin ti fa veder che quasi tutti
gli altri che poi di Francia scettro avranno,
o di ferro gli eserciti distrutti,
o di fame o di peste si vedranno;
e che brevi allegrezze e lunghi lutti,
poco guadagno ed infinito danno
riporteran d’Italia; che non lice
che ’l Giglio in quel terreno abbia radice.
(Canto XXX, 10)
I: orig. «Merlin gli fe’ veder».
Or Dio consente che noi siàn puniti
da populi di noi forse peggiori,
per li multiplicati ed infiniti
nostri nefandi, obbrobrïosi errori.
Tempo verrà ch’a depredar lor liti
andremo noi, se mai saren migliori,
e che i peccati lor giungano al segno,
che l’eterna Bontà muovano a sdegno.
(Canto XVII, 5)
Il paladin col suono orribil venne
le brutte arpie cacciando in fuga e in rotta,
tanto ch’a piè d’un monte si ritenne,
ove esse erano entrate in una grotta.
L’orecchie attente allo spiraglio tenne,
e l’aria ne sentì percossa e rotta
da pianti e d’urli e da lamento eterno:
segno evidente quivi esser l’inferno.
(Canto XXXIV, 4)
Astolfo si pensò d’entrarvi dentro,
e veder quei c’hanno perduto il giorno,
e penetrar la terra fin al centro,
e le bolge infernal cercare intorno.
«Di che debbo temer (dicea) s’io v’entro,
che mi posso aiutar sempre col corno?
Farò fuggir Plutone e Satanasso,
e ’l can trifauce leverò dal passo».
(Canto XXXIV, 5)
Dell’alato destrier presto discese,
e lo lasciò ligato a un arboscello:
poi si calò ne l’antro, e prima prese
il corno, avendo ogni sua spem’in quello.
Non andò molto innanzi, che gl’offese
il naso e gl’occhi un fumo oscuro e fello,
più che di pece grave e che di zolfo:
non sta d’andar per questo innanzi Astolfo.
(Canto XXXIV, 6)
Allor sentì parlar con voce mesta:
«Deh, senza fare altrui danno, giù cala!
Pur troppo il negro fumo mi molesta,
che dal fuoco infernal qui tutto esala».
Il duca stupefatto allor s’arresta,
e dice all’ombra: «Se Dio tronchi ogni ala
al fumo, sì ch’a te più non ascenda,
non ti dispiaccia che ’l tuo stato intenda».
(Canto XXXIV, 9)
[E cominciò:] «Signor, Lidia sono io,
del re di Lidia in grande altezza nata,
qui dal giudicio altissimo di Dio
al fumo eternamente condannata,
per esser stata al fido amante mio,
mentre io vissi, spiacevole ed ingrata.
D’altre infinite è questa grotta piena,
poste per simil fallo in simil pena».
(Canto XXXIV, 11)
Poi che non parla più Lidia infelice,
va il duca per saper s’altri vi stanzi:
ma la caligine alta ch’era ultrice
de l’opre ingrate, si gl’ingrossa inanzi,
ch’andare un palmo sol più non gli lice;
anzi a forza tornar gli conviene, anzi,
perché la vita non gli sia intercetta
dal fumo, i passi accelerar con fretta.
(Canto XXXIV, 44)
Poi monta il volator, e in aria s’alza
per giunger di quel monte in su la cima,
che non lontan con la superna balza
dal cerchio de la luna esser si stima.
Tanto è il desir che di veder lo ’ncalza,
ch’al cielo aspira, e la terra non stima.
De l’aria più e più sempre guadagna,
tanto ch’al giogo va de la montagna.
(Canto XXXIV, 48)
Astolfo il suo destrier verso il palaggio
che più di trenta miglia intorno aggira,
a passo lento fa muovere adaggio,
e quinci e quindi il bel paese ammira;
e giudica, appo quel, brutto e malvagio,
e che sia al ciel ed a natura in ira
questo ch’abitian noi fetido mondo:
tanto è soave quel, chiaro e giocondo.
(Canto XXXIV, 52)
Nel lucente vestibulo di quella
felice casa un vecchio al duca occorre,
che ’l manto ha rosso, e bianca la gonnella,
che l’un può al latte, e l’altro al minio opporre.
I crini ha bianchi, e bianca la mascella
di folta barba ch’al petto discorre;
ed è sì venerabile nel viso,
ch’un degli eletti par del paradiso.
(Canto XXXIV, 54)
[ch]E lo prese per mano, e seco scorse
di molte cose di silenzio degne:
e poi disse: - Figliuol, tu non sai forse
che in Francia accada, ancor che tu ne vegne.
Sappi che ’l vostro Orlando, perché torse
dal camin dritto le commesse insegne,
è punito da Dio, che più s’accende
contra chi egli ama più, quando s’offende.
(Canto XXXIV, 62)
E Dio per questo fa ch’egli va folle,
e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco;
e l’intelletto sì gli offusca e tolle,
che non può altrui conoscere, e sé manco.
A questa guisa si legge che volle
Nabuccodonosor Dio punir anco,
che sette anni il mandò il furor pieno,
sì che, qual bue, pasceva l’erba e il fieno.
(Canto XXXIV, 65)
Gli è ver che ti bisogna altro viaggio
far meco, e tutta abbandonar la terra.
Nel cerchio de la luna a menar t’aggio,
che dei pianeti a noi più prossima erra,
perché la medicina che può saggio
rendere Orlando, là dentro si serra.
Come la luna questa notte sia
sopra noi giunta, ci porremo in via.
(Canto XXXIV, 67)
Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vessiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch’eran le corone antiche
e degli Assiri e de la terra lida,
e de’ Persi e de’ Greci, che già furo
incliti, ed or n’è quasi il nome oscuro.
(Canto XXXIV, 76)
Ami d’oro e d’argento appresso vede
in una massa, ch’erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
ed ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch’in laude dei signor si fanno.
(Canto XXXIV, 77)
Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch’importe.
«L’elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte».
Di vari fiori ad un gran monte passa,
ch’ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece.
(Canto XXXIV, 80)
Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch’egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai più che l’altre cose conte.
(Canto XXXIV, 82)
Era come un liquor sottile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d’Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l’altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d’Orlando.
(Canto XXXIV, 83)
La più capace e piena ampolla, ov’era
il senno che solea far savio il conte,
Astolfo tolle; e non è sì leggiera,
come stimò, con l’altre essendo a monte.
Prima che ’l paladin da quella sfera
piena di luce alle più basse smonte,
menato fu da l’apostolo santo
in un palagio ov’era un fiume a canto;
(Canto XXXIV, 87)
Sceso era Astolfo dal giro lucente
alla maggiore altezza de la terra,
con la felice ampolla che la mente
dovea sanare al gram mastro di guerra.
Un’erba quivi di virtù eccellente
mostra Giovanni al duca d’Inghilterra:
con essa vuol ch’al suo ritorno tocchi
al re di Nubia e gli risani gli occhi;
(Canto XXXVIII, 24)
Il duca Astolfo e la compagnia bella,
che ragionando insieme si trovaro,
in un momento armati furo e in sella,
e verso il maggior grido in fretta andaro,
di qua di là cercando pur novella
di quel romore; e in loco capitaro,
ove videro un uom tanto feroce,
che nudo e solo a tutto ’l campo nuoce.
(Canto XXXIX, 36)
Astolfo per pietà che gli traffisse
il petto e il cor, si volse lacrimando;
ed a Dudon (che gli era appresso) disse,
ed indi ad Oliviero: «Eccovi Orlando!»
Quei gli occhi alquanto e le palpèbre fisse
tenendo in lui, l’andar raffigurando;
e ’l ritrovarlo in tal calamitade,
gli empì di meraviglie e di pietade.
(Canto XXXIX, 46)
Piangeano quei signor per la più parte:
sì lor ne dolse, e lor ne ’ncrebbe tanto.
«Tempo è (lor disse Astolfo) trovar arte
di risanarlo, e non di fargli il pianto».
E saltò a piedi, e così Brandimarte,
Sansonetto, Oliviero e Dudon santo;
e s’aventaro al nipote di Carlo
tutti in un tempo; che volean pigliarlo.
(Canto XXXIX, 47)
Aveasi Astolfo apparecchiato il vaso
in che il senno d’Orlando era rinchiuso;
e quello in modo appropinquogli al naso,
che nel tirar che fece il fiato in suso,
tutto il votò: maraviglioso caso!
che ritornò la mente al primier uso;
e ne’ suoi bei discorsi l’intelletto
rivenne, più che mai lucido e netto.
(Canto XXXIX, 57)
A requisizione d’uno amico.
O s’io potessi, donna,
dir quel che nel mirar voi provo e sento,
invidioso farei chiunqu’e contento.
Splende nel vostro viso un vivo sole
e da begli occhi piove
foco d’amor che m’ard’e strugge ’l core.
E da gl’accesi labri un fiato move
di sì grate parole,
che più l’accende e fa dolce l’ardore.
O che felice amore,
via più d’ogn’altr’el mio di foco e vento
beato vive a rimirarvi intento.
Questo madrigale posto a conclusione dell’opera non è ovviamente parte del poema.
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