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Wiltu das dein pfeiffen besteh,
lern wol das diridiride.
(Se vuoi riuscire a suonare gli strumenti a fiato,
impara bene il diridiride.)
Questi versi, desunti dal trattato di Agricola (1529), riassumono bene l'importanza che aveva nella prassi esecutiva degli strumenti a fiato la tecnica dell'articolazione. Questa consiste nel pronunciare con la lingua alcune particolari consonanti in corrispondenza di ogni nota suonata.
Tecniche di questo genere erano praticate fin dai tempi più remoti, ma è nel Rinascimento che raggiunsero livelli di grande raffinatezza, essendo la pratica strumentale tutta tesa all'imitazione della «gorgia», cioè di quella particolare tecnica vocale di articolazione delle note più veloci su un'unica sillaba.
Per esempio, nel primo metodo pubblicato per flauto dolce, La Fontegara (Venezia 1535), il musico veneto Ganassi raccomanda la voce umana come unico esempio da seguire per raggiungere una buona interpretazione di qualsiasi genere di musica; questo è un concetto che resterà ben presente nella didattica musicale per almeno altri due secoli. Scrive Ganassi nel primo capitolo del suo trattato: «Voi avete a sapere come tutti li instrumenti musicali sono rispetto e comparazione ala voce umana manco degni; per tanto noi li afforzeremo da quella imparare e imitarla». Tutti i trattati rinascimentali – e anche barocchi – che si occupano di strumenti a fiato danno istruzioni dettagliate sul modo di applicare questa tecnica al suonare.1 Sebbene siano riscontrabili differenze di una certa rilevanza tra i testi, a grandi linee la tecnica dell'articolazione può essere così riassunta:
La vocale che segue la consonante non ha alcun valore pratico, perché nell'atto del suonare non viene pronunciata; negli esempi dei trattati essa è indifferentemente e, i, a, u. Se le note suonate sono di valore grande (fino alla semiminima) possono essere articolate solo dal primo tipo di consonanti:
questa si chiama articolazione semplice.
Per le note di valore minore (croma, semicroma, biscroma) bisogna usare un'articolazione doppia, data dall'accoppiamento di una sillaba del primo gruppo con una del secondo: te-re, de-re, le-re, te-ke ecc. Il risultato che si ottiene non è un legato, neppure uno staccato netto, ma appunto una vasta gamma di «articolato».
Tutti i trattati concordano nel rifiutare il legato assoluto – quello che Dalla Casa (1584) chiama la «lingua morta» – che però era forse usato sugli strumenti di carattere più popolare. Sempre Agricola afferma che l'uso della lingua «non vale per le zampogne, perché in quelle sono le dita che governano».
Marcello Castellani ed Elio Durante sostengono che la pratica del legato era estesa agli strumenti ad ancia, quali bombarde, cornamuse, cromorni e loro affini.2 Anche se non avessero legato, questi strumenti avrebbero fatto uso solo dell'articolazione semplice.
D'altro canto l'articolazione doppia era sicuramente necessaria per gli strumenti più nobili; il cornetto in primo luogo, ma anche i flauti, sia diritti che traversi. È appunto a questi strumenti che i trattati si rivolgono parlando di questa tecnica.
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1. Un saggio esauriente sulla tecnica dell'articolazione dall'antichità al XIX sec. è Castellani (1979). Questo studio riporta in appendice la quasi totalità dei passi riguardanti l'articolazione, desunti dai trattati strumentali scritti tra i secoli XVI e XVIIII. [torna al testo]