| ← | 4.3. Il flauto a tre buchi | immagini | 5.1. Ancia libera e incapsulata | → |
Il flagioletto strutturalmente non si discosta molto dal flauto dolce: il suono è sempre prodotto da un fischietto e la cameratura ha una leggera conicità inversa. Il tipo più comune ha due fori per i pollici e quattro per le altre dita. Il foro per il pollice più alto ha la funzione di portavoce e deve essere chiuso a metà per produrre i suoni dell'ottava superiore.
Le prime notizie che si hanno su questo strumento risalgono al XII sec.: in Francia, un flauto di origine asiatica venne detto flageol e in seguito flageolet. La musicologa Marcuse riporta i versi di Colin Muset (XIII sec.) che si riferiscono al flagioletto:
Lors m'estuet fuire un flajeolet
Si je ferai d'un saulecet
Anche il poeta Eustache Deschamps nel XIV sec, parla de «les doulx flajolez ressonanz».25
A parte questi riferimenti letterari, fino alla seconda metà del XVII sec. non abbiamo notizie certe sulla natura del flagioletto. Infatti la prima testimonianza che descrive uno strumento a sei fori è solo del 1581, anno in cui un certo Sieur de Juvigny suonò un flagioletto nel Ballet comique de la Royne a Parigi. Anche le successive testimonianze sono francesi: Thoinot Arbeau (1588), dopo aver descritto l'uso di accompagnare le danze con fiffari e tamburi militari, aggiunge: «alcuni usano al posto del fifre anzidetto un flajol, detto arigot, che a seconda delle dimensioni ha più o meno fori: i migliori hanno quattro fori davanti e due dietro». Dunque i flagioletti potevano avere anche un diverso numero di fori per le dita.
Il flagioletto nella sua versione più nota è descritto accuratamente da Mersenne (1636), che lo definisce «uno dei più gentili e agevoli [strumenti] tra tutti quelli che sono in uso». A differenza dei flauti a tre buchi, secondo Mersenne, il flagioletto può essere suonato in consort di quattro o cinque flauti. Illustrandone le posizioni, spiega che è possibile, utilizzando il dito medio della mano destra, che non è occupato a chiudere alcun foro, occludere l'imboccatura inferiore del flauto per poter produrre un'altra nota nel grave.
Questa tecnica, oltre a essere testimoniata da alcune fonti pittoriche del primo Rinascimento, è accuratamente descritta da Agricola (1529) a proposito del Russpfeiff, un flauto a quattro fori (tre davanti e il portavoce) che «tuttavia, quando viene usata l'estremità inferiore del flauto come foro, deve essere considerato a cinque o sei fori». Questo flautino veniva suonato con una sola mano, indifferentemente la sinistra o la destra «allora la mano opposta sarà libera, e il foro che è nel fondo [cioè la campana dello strumento] potrà essere chiuso dall'indice».
Uno strumento molto simile al Russpfeiff o klein Flötlein di Agricola è descritto da Praetorius (1619), che lo chiama garkleine Blockflötlein, elencando ben tre diminutivi di seguito: come dire che più piccolo di così non si può. Infatti questo strumento era lungo solo 3 o 4 pollici (7-10 cm ca.), pur riuscendo ad avere due ottave di estensione a partire da Re4. Purtroppo Praetorius non accenna mai alle diteggiature in uso al suo tempo e quindi non sappiamo se ancora veniva praticata la parziale occlusione della campana per ottenere note supplementari.
Evidentemente il flautino a quattro fori ebbe un'utilizzazione continuativa in area tedesca per tutto l'arco del Rinascimento, e questo probabilmente a scapito del flagioletto, che non è citato né da Virdung né da Agricola né da Praetorius, ma che fu molto in voga soprattutto in Francia. Infatti a partire dalla seconda metà del '600 e fino agli inizi dell'800, il flagioletto ebbe una notevole popolarità in questo paese, soprattutto tra i dilettanti di musica, tanto che in questo lasso di tempo si pubblicarono in Francia – fra prime edizioni e ristampe – ben 79 metodi per questo strumento.26
Un altro tipo di flauto diritto, detto Dolzflöte o Querflote, è descritto da Praetorius: il secondo termine non deve essere confuso con Querpfeife che indica il flauto traverso. Il Dolzflöte è uno strumento cilindrico con sei fori per le dita, e in questo è simile al traverso, a cui però è stata adattata la testata di un flauto dolce. Lo strumento risultante non doveva essere molto diverso da certi flauti dolci popolari indiani che si vedono al giorno d'oggi anche da noi: questo tipo di strumento, privo del portavoce, è in grado di ottavizzare semplicemente aumentando la pressione del fiato.
Infine Mersenne accenna a un fluste a six trous nel capitolo riguardante il flagioletto: dice che questo flauto a sei fori è usato soprattutto dagli inglesi, e che l'unica differenza tra esso e il flagioletto è che i sei fori per le dita sono tutti posti superiormente. Mersenne non sembra rendersi conto che questo flauto – come il Dolzflöte – è molto più affine nella diteggiatura a un traverso piuttosto che a un flagioletto.
L'ultimo strumento a fischietto da prendere in considerazione in questo capitolo è il corno di camoscio o Gemshorn. In realtà il Gemshorn appartiene alla famiglia dei flauti globulari, che si differenzia da quella dei flauti diritti per il fatto che l'aria che entra in vibrazione è contenuta in una cavità chiusa, e non in un tubo aperto a un'estremità. Da questo deriva un timbro estremamente povero di armonici, che Sachs paragona felicemente al suono della vocale u.27
Il corno di camoscio, come indica il nome, era ricavato da un corno animale (mucca, capra o appunto camoscio) svuotato e opportunamente forato. La linguetta del fischietto era scavata nella parete presso la base, nella quale veniva incastrato un blocco di legno appositamente sagomato per ottenere il canale dell'aria. Il materiale di costruzione stesso indica la provenienza pastorale di questo strumento, che in definitiva ebbe un ruolo estremamente marginale nella musica colta.
Il Gemshorn è raffigurato nel trattato di Virdung e nella prima edizione di quello di Agricola (1529), mentre non compare più nell'edizione del 1545. Entrambi gli autori lo disegnano con tre fori frontali e uno per il pollice. A. Parkinson ha dimostrato che con i soli quattro fori è possibile ottenere dallo strumento una scala diatonica di un'ottava e anche qualche alterazione.28 Alcuni anni fa invece esistevano in commercio delle copie «storiche» di corni di camoscio munite di otto fori tonali e la stessa diteggiatura del flauto dolce. Naturalmente strumenti del genere non sono mai esistiti.
Oltre che nei trattati già citati, immagini molto chiare del Gemshorn sono contenute nel Libro di preghiere dell'imperatore Massimiliano, inciso da Dürer nel 1515.29 Anche qui lo strumento ha solo tre fori anteriori.
Dopo i primi decenni del XVI sec., le uniche testimonianze della trascorsa esistenza di questo strumento provengono dalla pratica organistica, essendo relativamente comune il registro di Gemshorn.
Una traccia del corno di camoscio la troviamo ancora in Mersenne, che parlando degli strumenti pastorali accenna a flauti fatti con corni di bue o di montone, senza però fornirci informazioni più dettagliate.
| ← | 4.3. Il flauto a tre buchi | immagini | 5.1. Ancia libera e incapsulata | → |
25. Sachs (1980), p. 368. [torna al testo]
26. Cfr. la prefazione di Giancarlo Rostirolla ai Duetti di F. Chalon, in Armonia strumentale VII (SIFD, Roma s.d.) [torna al testo]
27. Alla famiglia dei flauti globulari appartiene, per esempio, la moderna ocarina; il timbro della quale non deve essere dissimile da quello del corno di camoscio. [torna al testo]
28. Cfr. Parkinson (1981), pp. 45 sg. [torna al testo]
29. Parkinson (1981), p. 44. [torna al testo]