4.4. Il flagioletto e gli altri tipi di flauti diritti immagini 5.2. La bombarda

5.1. Ancia libera e incapsulata

Gli strumenti ad ancia in uso nel Rinascimento possono essere suddivisi in due grandi categorie: quelli ad ancia libera, in cui l'ancia è tenuta tra le labbra del suonatore, che quindi ne può controllare la vibrazione, e quelli ad ancia incapsulata, in cui, come dice il termine, essa è racchiusa in un contenitore dotato di un'apposita apertura per insufflare l'aria e può quindi vibrare per mezzo della sola pressione del fiato, senza dover essere controllata dalle labbra.

Nel Rinascimento, le ance – sia libere che incapsulate – erano sempre doppie (come nell'oboe e nel fagotto moderni) anche se le loro dimensioni erano in proporzione maggiori di quelle degli strumenti dei nostri tempi. Oggi come allora le ance sono ricavate dalla canna comune (arundo donax); si usa preferibilmente quella che cresce nelle paludi della Spagna e della Provenza.

Il pezzo di canna, opportunamente stagionato, viene sagomato e ripiegato in due. Le estremità libere vengono assottigliate e legate su un cannello, generalmente di ottone, che sarà poi infilato nel foro terminale della cameratura dello strumento. Le due «lame» dell'ancia vengono poi assottigliate secondo tecniche particolari e tagliate in cima. La punta vista dall'alto ha l'aspetto di due parentesi così vicine che quasi si toccano.1

Purtroppo, data la loro estrema deperibilità, solo un paio di esemplari di ance rinascimentali è giunto fino a noi, conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. Tantomeno esistono documenti o trattati che insegnino a costruirne. Pertanto gli artigiani moderni che si sono cimentati nella riproduzione di strumenti antichi sopravvissuti – spesso giunti a noi in buone condizioni e funzionanti – hanno dovuto basarsi esclusivamente su tentativi empirici per ritrovare le forme e le dimensioni delle ance appropriate.

L'unica fonte di informazioni attendibili sulle ance rinascimentali è un manoscritto attribuito a James Talbot, conservato nella Christ Church Library di Oxford e presumibilmente compilato negli ultimi anni del XVII sec: un'edizione critica di questo importante documento è stata redatta dal Galpin Society Journal.2 Talbot riporta misure accuratissime di strumenti di tutti i tipi, alcuni dei quali sono sicuramente modelli rinascimentali ancora in uso nel primo Barocco parallelamente alle nuove forme evolutesi da essi. Per esempio descrive l'English hautbois o waits trebble in tutto corrispondente allo Schalmei di Praetorius; lo Schalmey, strumento di transizione tra la vecchia bombarda e l'oboe, e infine il French hautbois il vero e proprio oboe barocco a due chiavi. L'ancia della bombarda soprano (English Hautbois) misurata da Talbot, era lunga 30 mm ca., larga in cima 11,6 mm, con un diametro alla base di 3,2 mm.3

Nelle bombarde – i primi strumenti ad ancia libera del Rinascimento – l'ancia non era montata direttamente sullo strumento, ma passava attraverso la pirouette, un cilindretto di legno dal quale sporgeva solo parzialmente e che aveva un piano d'appoggio per le labbra del suonatore. Lo scopo di questo accorgimento tecnico era aiutare a mantenere una considerevole pressione del fiato, che permetteva di produrre suoni estremamente forti. Difatti tutte le testimonianze storiche concordano nel descrivere la bombarda come lo strumento più sonoro, ad eccezione della tromba. D'altro canto, questa tecnica di emissione non permette di avere un grande controllo della dinamica, perché l'ancia – chiusa tra la pirouette e la bocca – non viene strettamente controllata dalle labbra del suonatore, comportandosi in modo molto simile a un'ancia incapsulata. Il controllo delle labbra è comunque sufficiente per ottenere dallo strumento il cambio di registro, in modo che la bombarda possa agevolmente ottavizzare, raggiungendo la discreta estensione di un'ottava più una sesta. Gli strumenti nei quali l'ancia è incapsulata invece – salvo rare eccezioni – non possono cambiare registro, per cui la loro estensione è limitata a nove note, cioè il numero dei fori per le dita più uno; a meno che non siano dotati di chiavi o fori supplementari che ne accorcino o allunghino artificiosamente la cameratura. Proprio per la loro incapacità di cambiare registro, gli strumenti ad ancia incapsulata sono stati concepiti con la cameratura cilindrica, che ha il grosso vantaggio di produrre suoni un'ottava più gravi di una corrispondente cameratura conica, comportandosi come un tubo chiuso. Per questa ragione un cromorno lungo all'incirca come un flauto, produce suoni un'ottava sotto di esso. Se potesse saltare di registro, questo tipo di strumento produrrebbe la dodicesima (un'ottava più una quinta), come il moderno clarinetto, di cui si dice appunto che «quinteggia».

In realtà, come vedremo in dettaglio nei singoli paragrafi, le due categorie di strumenti ad ancia hanno confini molto più sfumati di quanto si potrebbe pensare. Di ogni strumento ad ancia libera esiste il corrispondente incapsulato: molti di questi strumenti potevano venire suonati con la capsula o senza, a prescindere dal gruppo di origine. Un'interessante testimonianza di questo è riportata nella descrizione della cena organizzata a Ferrara nel 1529 da Ercole d'Este, figlio del duca Alfonso I, pubblicata da Cristoforo da Messisbugo nel 1549.4

Si fece un'altra musica […] nella quale erano cinque cantori di Sua Eccellentissima Signoria, cinque viuole da arco con un rubechino, una viuola chiamata la orchessa per contrabasso, una dolzaina per contrabasso secondo, una storta, sonata da M. Giovanni Battista Leone, senza bussola, due flauti mezzani, uno organo a più registri e uno cornetto sordo.

La storta è il cromorno, il più tipico degli strumenti a capsula, che qui appunto è suonato senza bussola, il termine normalmente usato in Italia per indicare la copertura dell'ancia. Sarebbe interessante sapere perché Leone tolse la bussola al suo strumento per suonarlo: forse in tal modo aveva la possibilità di regolarne il volume stringendo l'ancia tra le labbra e così fondere meglio il penetrante suono del cromorno con quello degli altri strumenti indicati, che sono decisamente di timbro più dolce.

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Note

1. Cfr. Benade (1966), p. 60. [torna al testo]

2. Talbot (1694), in Baines (1948), pp. 9-26. [torna al testo]

3. Talbot usa come unità di misura il pollice (= 25,4 mm ca.), il suo ottavo (= 3,175 mm) e il suo multiplo, il piede (= 12 pollici = 30,5 cm). [torna al testo]

4. Messisbugo (1549): estratti in Gallico (1978), pp. 110-16. [torna al testo]