5.9. Il Kortholt immagini 5.11. I doppioni

5.10. Lo Schryari

Lo Schryari è un altro strumento ad ancia incapsulata di cui si hanno scarse notizie, non essendocene pervenuto alcun esemplare.

Praetorius lo descrive come uno strumento simile alla cornamusa, ma solamente da un punto di vista esteriore, dato che subito aggiunge che lo Schryari suona molto forte, perché a differenza della cornamusa è conico e aperto sul fondo. Se le riproduzioni di questo strumento che Praetorius riporta sono attendibili (e non abbiamo motivo di dubitarne), gli Schryari erano costruiti con la conicità inversa: cioè avevano la cameratura che si restringeva verso il fondo. Pertanto si differenziavano da tutti gli altri strumenti ad ancia, essendo simili, in questa caratteristica, al flauto diritto.

Praetorius fa ancora notare che il Discant è chiuso in fondo, sottolineando così la sua somiglianza con una cornamusa, ma, aggiunge «ha molti fori da cui può uscire il suono». Sicuramente il soprano dello Schryari si comportava come una canna aperta.

Un'altra caratteristica notevole di questi strumenti è di essere dotati di chiavi per aumentare l'estensione verso l'acuto, come nel Kortholt o nella dolzaina descritta da Zacconi. Il soprano e il tenore ne sono sprovvisti (e hanno quindi solo nove voci), mentre il basso e il contralto, come si deduce dalle loro estensioni, hanno due chiavi (nel basso c'è anche una terza chiave per il mignolo), ma non poste una davanti e una dietro, come afferma Sachs (1980),49 bensì entrambe mosse dall'indice della mano più alta. I disegni del Theatrum instrumentorum ci sembrano sufficientemente chiari in questo senso.

Praetorius elenca quattro taglie di Schryari:

1. Bass 84 cm
2. Tenor 56 cm
3. Alt 56 cm
4. Cant. 40 cm

Nel soprano manca la nota più acuta, che è sicuramente La3. Da notare che le taglie di tenore e contralto si differenziano per l'estensione, ma hanno come nota base sempre Do2. Nel Theatrum instrumentorum viene mostrato solo il contralto (n. 5), con le due chiavi: il tenore probabilmente aveva le stesse dimensioni, ma mancava di qualsiasi chiave.

Riguardo al nome, Praetorius lo fa derivare dal tedesco Schreyerpfeiffen, letteralmente «canne che gridano», con un evidente riferimento al suono forte e squillante che dovevano avere gli strumenti in questione. Questa denominazione ricorre anche in una lettera che il costruttore di Norimberga Jorg Neuschel mandò al duca Alberto di Prussia, offrendogli in vendita alcuni «screyende pfeiffen» che aveva ricevuto da Lione e da Venezia.50 Sachs fa notare che questi due porti erano la via più comune che seguivano le merci che provenivano dall 'Oriente: da ciò egli ipotizza che questi strumenti non fossero di origine europea, ma appunto orientale. A sostegno di questa ipotesi porta due argomentazioni:

  1. L'esistenza di un oboe giapponese – tuttora usato in oriente – lo hichirichi, che come lo Schryari ha la cameratura a conicità inversa.
  2. La parola Schryari non sarebbe né di origine tedesca né tantomeno italiana, ma molto più verosimilmente sarebbe un termine di origine orientale, costruito sulla radice sr, che è comune ad altri strumenti a fiato.

Le testimonianze conosciute sugli Schryari sono solo tedesche. La prima menzione è del 1540: nell'inventario della città di Augusta sono indicati «schreyetpfeiffen: 2 soprani, 2 tenori e 1 basso». Lo strumento è segnalato un'ultima volta nel 1686, negli inventari dell'orchestra di corte di Brandenburg-Anspach.51

5.9. Il Kortholt immagini 5.11. I doppioni

Note

49. Cfr. Sachs (1980), pp. 379 sg. [torna al testo]

50. Cfr. Sachs (1980), pp. 379 sg. [torna al testo]

51. Cfr. Sachs (1980), pp. 379 sg. [torna al testo]