5.7. Il cromorno immagini 5.9. Il Kortholt

5.8. La cornamusa o dolzaina

Secondo Praetorius, le cornamuse sono strumenti ad ancia incapsulata, diritti e chiusi in fondo: «simili nel suono ai cromorni, ma più silenziosi e dolci, per cui sono detti cromorni muti (analogamente ai cornetti muti rispetto al normale cornetto). Non hanno alcuna chiave».

Probabilmente «cornamusa» sta per «cornamuto», termine che Zacconi riferisce anche al cromorno, detto appunto nel suo trattato «cornamuto torto», per la sua forma particolare. Zacconi stesso cita le cornamuse, ma solo per paragonarne il timbro a quello dei sordoni: «i quali hanno il suono come le cornamuse».

Il termine cornamusa non è sicuramente riferito, in questi contesti e in altri che diremo, allo strumento munito di sacco di pelle, che per comodità definiremo «"zampogna", benché in Italia fosse detto anch'esso cornamusa o piva.

Ritornando allo strumento ad ancia incapsulata, nessuna cornamusa originale o una qualche sua raffigurazione è giunta fino a noi, e neanche nel Theatrum instrumentorum Praetorius ne riporta l'immagine; dà invece l'estensione di cinque taglie:

1. Bass
2. Tenor
3. Tenor
4. Alt
5. Cant

Praetorius puntualizza che le cornamuse suonano un tono più basso del Cammerthon: infatti si può osservare che sia il tenore che il soprano sono tagliati in sib, un tono sotto alla normale intonazione. L'estensione del contralto riportata nello schema del Syntagma musicum è sicuramente frutto di un errore di stampa (uno strumento in re, che suonerebbe con due diesis in chiave, rispetto a strumenti con uno o due bemolle farebbe lo stesso effetto di un vaso di ferro tra tanti vasi di coccio!). Praetorius voleva indicare per il contralto un'estensione che partisse dal Fa2.

Tutte le taglie di cornamusa non superano la nona di estensione: come per i cromorni, il numero di note prodotte è dato dal numero di fori per le dita più uno. Inoltre lo strumento non è dotato di chiavi, e non ha quindi la possibilità di aggiungere qualche nota al grave o all'acuto. Il suono più dolce e tenue di quello dei cromorni è dovuto alla cameratura chiusa, munita di piccoli fori di sfogo tutt'attorno al fondo dello strumento (come dice Praetorius). Con questo si spiega anche il paragone fatto da Zacconi tra il timbro delle cornamuse e quello dei sordoni, che sappiamo essere anch'essi strumenti chiusi.

Se Zacconi non si sofferma sulle caratteristiche tecniche della cornamusa, parla però diffusamente di un altro strumento, presumibilmente anche questo ad ancia incapsulata: la dolzaina. Anche la dolzaina ha un'estensione di nove note, benché possa essere munita di chiavi nella parte alta, che ne possono aumentare l'estensione di due o tre note.

Il termine dolzaina e altri vocaboli simili, quali dulzaina, dulzian, douçaine, dulceuses, dulcina, ricorrono frequentemente nella letteratura, negli inventari e nelle testimonianze di esecuzioni musicali, dal XIII al XVI sec., per poi sparire del tutto dopo i primi anni del XVII sec. Per esempio, nel XIV sec., il poema francese L'echo amoreux colloca la douçaine tra gli strumenti «bassi», assieme al galoubet (flauto a tre buchi) e al flauto.43

Tinctoris (1484) dà una descrizione più accurata della dulcina: dopo aver parlato della celimela (bombarda soprano), contrappone ad essa

quella chiamata dulcina, a causa della dolcezza del suo suono; ha sette fori davanti e uno dietro, come la fistula [ovvero flauto diritto]. Tuttavia non si possono suonare su di essa tutti i tipi di musiche, ed è perciò considerata imperfetta.

L'imperfezione di cui parla Tinctoris sarebbe riferita alla non grande estensione dello strumento, dovuta all'ancia incapsulata.

Alcuni studiosi identificano la dulcina di Tinctoris (e con essa le variazioni termino logiche già dette) con la cornamusa di Praetorius. Indubbiamente ci troviamo di fronte a strumenti simili per produzione di suono, ma rimangono alcuni dubbi sulla loro completa identificazione.

Il cantante Massimo Troiano, che lavorò nella cappella ducale di Monaco nella seconda metà del XVI sec. sotto la direzione di Orlando di Lasso, ci ha lasciato un'interessante descrizione dei festeggiamenti in occasione delle nozze del duca di Baviera Guglielmo VI e Renata di Lorena, avvenute nel 1568.44 Nell'elenco degli strumenti usati durante il banchetto nuziale, cita sia la cornamusa sia la dolzaina: quest'ultimo termine, in particolare, difficilmente si riferisce alla dulciana, perché poco più avanti viene nominato anche un fagotto, sinonimo appunto di dulciana. Lo stesso avviene in un inventario degli strumenti musicali della corte medicea, stilato nel 1621,45 in cui sono citati «8 dolzaine tra grande e piccole per far concerto» e «N. quattro fagotti di bossolo, che due grossi e due mezzani». Anche in questo caso i due termini potrebbero indicare due strumenti differenti.

A. Baines ipotizza che Troiano, con il termine cornamusa, si riferisca a un cromorno. Sempre a un cromorno pare anche riferirsi l'inventario degli strumenti del palazzo reale di Madrid (1602), che cita «una dulcayna di forma ripiegata in bosso".46 Sempre all'inizio del XVII sec., un inventario di Rosenberg in Germania distingue tra cromorni diritti e curvi.47

Purtroppo non abbiamo ulteriori elementi per far luce sulla notevole confusione tra i termini sudddetti. Ritengo comunque sicuro che sia la cornamusa che la dulzaina fossero strumenti a cameratura chiusa, altrimenti non sarebbe spiegabile in altro modo la dolcezza del suono, alla quale tutti fanno riferimento. Uno strumento costruito come il cromorno, con la sola differenza di non essere ripiegato, ne avrebbe immancabilmente lo stesso timbro forte.

5.7. Il cromorno immagini 5.9. Il Kortholt

Note

43. Macmillan (1978), p. 77. [torna al testo]

44. Recita il frontespizio: «Dialoghi di Massimo Trojano. Ne' quali si narrano le cose più notabili fatte nelle Nozze dello Illustriss. et Eccell. prencipe Guglielmo VI. conte palatino del Reno e duca di Baviera; e dell'Illustriss. et Eccell. Madama Renata di Lorena [...] In Venetia, appresso B. Zaltieri. MDLXIX.» [torna al testo]

45. Fabbri (1983), pp. 58 sg. [torna al testo]

46. Cfr. Macmillan (1978), p. 75. [torna al testo]

47. Macmillan (1978), p. 75. [torna al testo]