9.2. La viola da braccio immagini 9.4. La tromba marina

9.3. La lira da braccio e da gamba

Nel Rinascimento era diffusa la convinzione che l'arte musicale, in particolare gli strumenti e la loro utilizzazione, derivassero direttamente, o perlomeno dovessero tendere a imitare le forme e l'uso che se ne faceva nel mondo classico.

Spesso i trattatisti cercavano di dare lustro ai loro strumenti prediletti attribuendone l'invenzione ai greci; come nel caso di Silvestro Ganassi, che nel metodo per violone da tasti Regola rubertina (1542), afferma che lo strumento era già conosciuto nell'antichità:

più volte io pensava qual fosse più antico o il leuto o il violone per poter discrivere l'origine della cosa. Dil che parlando con più persone fommi arricordato da uno haver visto nelle antighità di Roma in una historia di molte figure sculpite in marmoro, essergli una delle figure che haveva in mano una viola d'arco simile a queste, e subito conobbe che 'l fosse più antico il violo ne che il lauto per l'autorità ancora cavata da Orfeo: non si dice che lui usasse il lauto, ma ben lo istromento di corde e arco che è la lira, la qual è conforme di corde e archetto come è il violone.

Dunque per Ganassi la lira di Orfeo era uno strumento suonato con l'archetto, identificato ai suoi tempi con l'antico «plettro». Questo fatto fu giustamente confutato da Galilei (1581), uno dei più profondi studiosi rinascimentali del mondo classico e della sua musica, ma anch'egli non del tutto alieno da opinioni errate riguardo le origini degli strumenti musicali (vedi per esempio il liuto).

Ritornando allo strumento rinascimentale che Ganassi chiama lira, questa era molto simile alla viola da braccio, da cui si differenziava per il numero di corde, che erano sette, distribuite in cinque cori, e per la forma originale del cavigliere, che sembra essere il vero e proprio segno di distinzione di questo strumento: esso è piatto rispetto al piano della tastiera, spesso a forma di cuore con la punta verso l'alto. I piroli sono piantati nella superficie superiore di questo cavigliere, tutti attorno al bordo; le corde sono fissate ai piroli posteriormente, dunque devono passare attraverso il manico mediante dei fori praticati appena sopra il capotasto. Più che le spiegazioni valgano comunque le immagini delle lire qui riprodotte.

Il voluto accostamento dello strumento con la lira classica, veniva accentuato dall'identico numero di corde, sette, e dalla presenza tra esse di due bordoni non tastabili, che appunto risuonano per la loro intera lunghezza, come doveva avvenire negli strumenti antichi.31

Il primo trattato che ci fornisce alcune informazioni sulla lira è Scintille di musica (1533) di Lanfranco; citando Boezio, l'autore è proteso nello sforzo di dimostrare l'origine classica dello strumento:

La lyra adunque [...] fu ritrovata da Mercurio: di quatro corde sole a imitatione della musica mondana: che ne i quatro elementi si considera. E accresciuta da Chorebo Lydio e da Hyagni Phrigio e da Terpandro Lesbio: il qual a similitudine dei sette pianeti le aggiunse la settima chorda: oggidì medesimamente di sette chorde ordinata si vede.

È difficile discernere nelle parole di Lanfranco la metafora dalla reale convinzione, ma è un dato di fatto che la lira, non solo aveva ed ebbe per tutto il corso della sua storia sette corde, ma il suo stesso uso fu confinato all'accompagnamento della monodia «al modo di Orfeo».

Lanfranco non fornisce l'altezza assoluta delle corde, che sarà proporzionale alla grandezza dello strumento, dà però gli intervalli esistenti tra esse e aggiunge solo che si suona senza tasti. Per comodità, fissiamo l'intonazione conformemente alle testimonianze successive:

Il significato allegorico della lira rinascimentale è sottolineato dalla frequenza con la quale questo strumento è stato dipinto tra le mani di personaggi mitici e dell'Antico Testamento, quali Apollo, Orfeo, re Davide, Omero, o più semplicemente di angeli musicanti. Si può sicuramente affermare che la lira fu lo strumento più raffigurato dagli artisti rinascimentali e quasi sempre con una notevole precisione, sia nella forma, che nella tecnica di esecuzione, testimoniando così la sua reale utilizzazione. Soltanto Raffaello dipinge la lira in mano ad Apollo nel Parnaso, con nove corde, invece che le usuali sette; ma si potrebbe vedere in ciò un'allusione al numero delle Muse.32

Esiste comunque, che io sappia, un solo quadro che rappresenta un musicista con la lira: è attribuito a Raffaellino del Garbo e ritrae un uomo che tiene in grembo il suo strumento: mentre con il pollice della mano sinistra pizzica una corda, con la destra muove un pirolo per intonarla.

La funzione della lira era di accompagnare il canto mediante la produzione di accordi, forse ogni tanto abbelliti da rapidi passaggi. Sulla tecnica di esecuzione di questo accompagnamento non c'è nessuna testimonianza precisa, sebbene Ganassi – indirettamente – ce ne dia qualche accenno, parlando del modo di accompagnare il canto con la viola da gamba.

Già tu sai come la viola in questione non essere il suo naturale 'riprodurre la polifonia', però tal artificio sarà concesso, sì come ancora nella lyra da sete corde, talché si sopporta, che è nella pratica del dire i bassi accompagnando con il suon della lyra.

La lira, secondo Ganassi, si differenzia dalla viola da gamba perché il suo ponticello è praticamente piatto, così da poter toccare più corde contemporaneamente. L'archetto usato deve essere molto più lungo del normale, per poter tenere i suoni il più possibile: infatti il legare su tutti gli strumenti ad arco era detto «lireggiare».

Il musicologo Disertori,33 partendo dal presupposto che la pratica di questo strumento doveva in qualche modo essere legata a una riscoperta di ipotetiche prassi del periodo classico, ha ipotizzato che l'uso della lira nel Rinascimento potesse essere ricondotto all'esecuzione di quelle composizioni intitolate Odi, Sonetti e Capitoli – comuni nel tardo '400 e primo '500 – che sarebbero servite come base sonora per la recitazione cantata di testi poetici. La stampa Frottole. Libro quarto (O. Petrucci, Venezia 1505) contiene un anonimo modo di cantar sonetti, un aer de versi latini di Antonio Capreoli da Brescia e un aer de capituli di Filippo Lurano. Alcune di queste composizioni sono senza testo, che probabilmente veniva aggiunto dall'esecutore stesso. L'ipotesi pare del tutto coincidente con altre testimonianze coeve sul «cantare accompagnato»; prima tra tutte quella di Castiglione, che scrive nel suo Cortegiano (1528):

Bella musica [...] parmi il cantare bene a libro sicuramente e con bella maniera; ma ancor molto di più il cantare alla viola, perché tutta la dolcezza consiste quasi in un solo [...] Ma sopra tutto parmi gratissimo il cantare alla viola per recitare, il che tanto di venustàed efficacia aggiunge alle parole, che è gran meraviglia.

La viola del Castiglione è quasi sicuramente una lira da braccio; infatti i due termini sono spesso usati indifferentemente nel corso del '500, come testimonia il Vasari nelle sue Vite (1564). Descrivendo la pala d'altare del Carpaccio La presentazione di Cristo bambino a Simeone, Vasari scrive: «da basso sono tre putti che suonano un liuto, una storta e una lira ovvero viola».34 Lo strumento, che è dipinto con molta cura e con evidenti conoscenze musicali, è una lira da braccio, in cui sono ben visibili le cinque corde sulla tastiera e i due bordoni.

La lira è dunque, secondo Castiglione, lo strumento principe del buon dilettante di musica. Questa predilezione per lo strumento da parte degli uomini di cultura, non specificatamente musicisti, ma umanisti nel senso più completo del termine, è testimoniata ancora da Vasari, dal quale apprendiamo come Leonardo da Vinci cantasse «divinamente sopra la lira all'improvviso», suonandone una da sé «fabbricata d'argento gran parte in forma d'un teschio di cavallo». Fu proprio come suonatore di lira che il grande genio del Rinascimento venne presentato alla corte milanese di Ludovico Sforza nel 1494, primeggiando tra tutti gli altri musici presenti sebbene fossero professionisti.35 E ancora, Baccio Ugolini, protagonista dell'Orfeo di Poliziano (Mantova 1471), che divenne in seguito vescovo di Gaeta, fu applaudito da Lorenzo de Medici per aver suonato «ad lyram».36 Un'altra importante testimonianza del cantare sulla lira, finora ignorata dai musicologi, è contenuta nel Dialogo della musica (1544) di M. Antonfrancesco Doni. Uno dei protagonisti del secondo dialogo, Domenichi, dice:

Io voglio recitare quattro o cinque sonetti per tanti spiriti divini cantati in lode di tanto degna donna, quanto quella è indegna. S. Ottavio pigliate la lira, che io incomincio; e poi diremo a Dio.

Segue il testo, purtroppo senza musica, di un sonetto di 14 versi. L'assenza della musica, che è invece presente in altre occasioni nel corso del dialogo, rafforza l'ipotesi che l'accompagnamento eseguito sulla lira era improvvisato, o più probabilmente formato da semplici formule armoniche ripetitive, che non necessitavano di trascrizione, come avviene modernamente per gli stornelli popolari.

L'uso della lira da braccio dovette essere tipicamente italiano, visto che le testimonianze al di fuori del nostro paese sono scarse, e quasi tutte riferite più o meno chiaramente – a lire da gamba, delle quali parleremo più avanti. Solo quattro strumenti originali sono giunti integri fino a noi: sono conservati rispettivamente a Vienna, Bruxelles, Lipsia e Oxford.

La lira più antica e più interessante è quella di Vienna: costruita da Giovanni d'Andrea Veronese nel 1511, proviene dalla raccolta di strumenti della famiglia Obizzi del Cattaio (Padova),37 che insieme alle raccolte di Graz e del castello di Ambras, formano il nucleo centrale della collezione strumentale del Kunsthistorisches Museum.

Lo strumento è in condizioni perfette ed è stupendo: imita le fattezze di un corpo umano, mostrando sul lato anteriore un torso maschile con il cavigliere foggiato a viso umano, mentre il fondo è lavorato a sembianze di donna, la cui faccia è incisa sul lato posteriore del cavigliere. AI corpo femminile è però sovrapposto un mascherone maschile, decorato da foglie d'acanto.38 Il legame con il mondo classico – immancabile in una lira – è fornito da un'iscrizione greca incisa su una placchetta d'avorio inserita sul fondo dello strumento:

MEDICO DEL DOLORE È PER GLI UOMINI IL CANTO

che sottolinea le funzioni d'accompagnamento della voce, proprie dello strumento.39

Almeno altre due delle quattro lire da braccio sopravvissute sono di autore italiano: quella conservata al museo di Lipsia (Collezione Hayer) fu costruita a Venezia nel 1557 da Ventura di Francesco Linarolo,40 ed è la più grande, misurando ben 92 cm di altezza;41 la lira di Oxford invece è di Joan Maria e misura solo 65,5 cm di altezza,42 con un diapason di 30 cm ca.43 Gli strumenti conservati hanno dunque diapason molto diversi, e dovevano quindi essere stati intonati a diverse altezze.

Della lira da braccio si continuano ad avere notizie sporadiche anche nei primi decenni del XVII sec. Per esempio l'inventario di Cassel (1613) riporta «1 geigen lyra con 7 corde». Praetorius la descrive ancora con «7 corde, 2 fuori dal manico», ma la disegna munita di tasti, cosa storicamente inesatta. Lo strumento in Italia viene ancora citato da Rognoni (1620), che lo considera però desueto, soppiantato dalla lira da gamba.

Di quest'ultimo strumento si incominciano ad avere notizie nella seconda metà del '500: le peculiarità sono le stesse della lira da braccio, ma la lira da gamba è imparentata con le viole da gamba, delle quali assume alcune caratteristiche strutturali, tra cui il manico largo e la presenza dei tasti, mentre il profilo e la forma del cavigliere rimangono simili a quelli delle lire da braccio. Le corde di bordone sono presenti solo in alcuni modelli. Una delle prime testimonianze sulla lira da gamba è ricavabile dall'inventario di Graz (1577): «una grossa viola, detta lira de camba, su cui è impresso lo stemma bavarese». Invece non è chiaro se la descrizione contenuta nell'inventario di Ambras (1596) si riferisca a lire da braccio o da gamba:

Lyro-viole, acquistate a Cremona, cioè un grande basso, un basso piccolo, 3 tenori, un soprano.

Il napoletano Cerreto (1601) è il primo a parlare diffusamente della lira da gamba, che doveva essere molto popolare nella sua città, dato che egli enumera ben sette maestri napoletani di questo strumento. La sua lira è munita di nove corde sul manico e due bordoni, intonate come segue:

Cerreto fornisce istruzioni dettagliate per l'intavolatura della musica da eseguire sulla lira, che non è altro che un'armonizzazione di una linea melodica, poiché normalmente si toccano almeno quattro corde per volta. È da notare che il musicista napoletano non accenna mai al cantare sullo strumento; segno che la lira aveva perso questo carattere distintivo, venendo soprattutto utilizzata per rinforzare l'armonia anche in composizioni esclusivamente strumentali.

Praetorius chiama la lira da gamba «Arciviolatalira» – come Zacconi – e la considera uno strumento soprattutto italiano. Le dà sostanzialmente la stessa accordatura per quarte e quinte fornita da Cerreto, ma ad un'altra intonazione. Anche Mersenne dimostra di conoscere lo strumento, che descrive con quindici corde, delle quali due fuori dal manico:

Questa specie di lira si usa raramente in Francia, nonostante sia eccellente con le voci, e che sia lo strumento che rappresenta perfettamente la musica d'Orfeo e l'antichità.

Rognoni (1620) testimonia la grande stima in cui era tenuta ancora la lira in Italia:

La lira da gamba è il più armonioso instromento che si trovi frà quelli d'arco, [...] e se bene è instromento imperfetto, cantandovi il basso, accompagnato con un soprano, non si può sentir di meglio [...] L'archettare ò lireggiare di questi instromenti è il medesimo delle viole, la lira in se stessa ama l'arco longo, acciò si possa lireggiare meglio.

Rognoni conferma dunque l'affermazione di Ganassi sulla necessità di usare un arco lungo per la lira.

Anche nel caso della lira da gamba, solo pochissimi strumenti integri sono sopravvissuti. Il più antico risale al 1590 ca. ed è stato costruito a Padova da Vendelino Tieffenbrucker:44 anch'esso proviene dal Cattaio ed è conservato a Vienna. Personalmente ritengo che questo strumento sia una lira da braccio, sebbene – date le dimensioni – sarà stato suonato in posizione verticale: ciò nonostante la forma del manico è tipica degli strumenti da braccio e oltretutto una lira praticamente identica, ma di dimensioni molto più contenute, è raffigurata in un dipinto di Bartolomeo Passerotti, tenuta in mano da re David.

Gli altri due strumenti, conservati rispettivamente a Lipsia e a Bruxelles, sono sicuramente delle lire da gamba. L'esemplare di Lipsia (1659?)45 corrisponde nelle forme a due lire da gamba raffigurate in altrettanti quadri italiani del XVII sec.

9.2. La viola da braccio immagini 9.4. La tromba marina

Note

31. Winternitz (1982), pp. 264-75.  [torna al testo]

32. Winternitz (1982), p. 274.  [torna al testo]

33. Disertori (1978), pp. 99-106 e 107-26. [torna al testo]

34. Vasari (1568), p. 430.  [torna al testo]

35. Disertori (1978), p. 101.  [torna al testo]

36. Winternitz (1982), p. 272.  [torna al testo]

37. Schlosser (1920), pp. 65 sg.  [torna al testo]

38. Winternitz (1982), p. 266.  [torna al testo]

39. Winternitz (1982), p. 266.  [torna al testo]

40. Winternitz (1982), p. 267.  [torna al testo]

41. Disertori (1978), p. 105.  [torna al testo]

42. Winternitz (1982), /oc. cit.  [torna al testo]

43. Disertori (1978), p. 108.  [torna al testo]

44. Disertori (1978), p. 104.  [torna al testo]

45. Disertori (1978), p. 104.  [torna al testo]